Calciatori in fuga

Spesso tendiamo a considerare i calciatori dei privilegiati, dimenticando che anche loro sono uomini in carne ed ossa come noi. E ci sono momenti e situazioni in cui anche loro si trovano a dover scegliere se dare la priorità alla propria carriera sportiva o al proprio futuro.

All’inizio degli anni ’50 l’Ungheria è una delle, anzi, la potenza del calcio mondiale. Vince l’oro olimpico ad Helsinki nel 1952, l’anno dopo umilia i maestri inglesi battendoli 6-3 a Wembley in quella che verrà definita la “partita del secolo”. La rivincita a Budapest finisce addirittura 7-1. Tra il 1950 e il 1954 la nazionale magiara ottiene una striscia record di 29 vittorie, 3 pareggi e nessuna sconfitta, segnando 143 gol e subendone 33. Al Mondiale 1954 l’Ungheria arriva in finale, perdendo a sorpresa contro la Germania. Ma resta uno squadrone e punta a rifarsi negli anni successivi.

Ma ecco che entra in scena la politica: nell’ottobre del 1956 l’Ungheria cerca di ribellarsi al controllo dell’Unione Sovietica, l’Armata Rossa entra a Budapest e soffoca la rivolta nel sangue. Muoiono più di 2.500 persone. Il 22 novembre la Honvéd, la squadra più forte del Paese, viene ricevuta dall’Athletic Bilbao per il primo turno di Coppa dei Campioni; vincono gli spagnoli per 3-2. Al termine della partita, però, i giocatori ungheresi non vogliono tornare in patria ed organizzano la partita di ritorno allo stadio Heysel di Bruxelles. La partita finisce 3-3 e la Honvéd è eliminata. La squadra organizza quindi una tournée nell’Europa Occidentale, al termine della quale alcuni giocatori scelgono infine di tornare in Ungheria. Ma non tutti. L’allenatore Jenő Kalmár si ferma a Vienna, e resta due anni sulla panchina del Wacker prima di trasferirsi in Spagna, dove allenerà per i successivi due decenni. Ma soprattutto, a non tornare, sono i tre calciatori più forti del Paese: Ferenc Puskás, Zoltán Czibor e Sándor Kocsis. Nessuno dei tre giocherà più per la nazionale magiara: una delle squadre più forti di tutti i tempi si dissolve dall’oggi al domani per questioni che non riguardano il calcio.

 

Puskás

Ferenc Puskás

 

L’ala sinistra Zoltán Czibor resta inizialmente in Italia e gioca qualche partita con la Roma; il centravanti Sándor Kocsis gioca un anno in Svizzera nello Young Fellows Zürich. Nel 1958 verranno entrambi convinti dal grande László Kubala, un altro rifugiato ungherese, a raggiungerlo al Barcellona, dove insieme vinceranno due campionati e una Coppa delle Fiere (antenata della Coppa UEFA e dell’Europa League). Ferenc Puskás si aggrega inizialmente all’Espanyol, con cui gioca qualche amichevole, ma riceve una squalifica di due anni dall’UEFA per il suo rifiuto di tornare in Ungheria, forse perché è il giocatore più forte e in vista del Paese. Nel 1958 ha 31 anni e vorrebbe giocare in serie A, ma le squadre italiane non lo vogliono, preoccupate per la sua età ed il suo stato di forma dopo due anni di inattività. Puskás prova allora a raggiungere il Manchester United, che deve ricostruire la squadra dopo la tragedia di Monaco in cui hanno trovato la morte i suoi migliori talenti, ma le regole della Federazione inglese sugli stranieri impediscono l’ingaggio del campione ungherese. Puskás si unisce infine al Real Madrid, con cui vincerà cinque campionati, tre Coppe dei Campioni ed una Coppa Intercontinentale, oltre a quattro classifiche marcatori della Liga ed il Pallone d’Oro nel 1960, a 33 anni. Con buona pace dei club italiani che non l’avevano voluto.

Anche la Germania Est è un Paese da cui si desidera scappare. Il Muro di Berlino diventa il simbolo della privazione della libertà di un intero popolo e tra il 1961 ed il 1989 almeno 136 persone trovano la morte nel tentativo di scavalcarlo e scappare in Occidente. I calciatori sono più fortunati, perché hanno la possibilità di viaggiare e vedere altri Paesi durante gli impegni internazionali col loro club o con la nazionale. E in alcuni casi qualcuno di loro trova il coraggio di fuggire. Il primo è Michael Polywka del Carl Zeiss Jena, che nel 1966 approfitta di una trasferta in Svezia del suo club per scappare; sconta un anno di squalifica da parte della FIFA e prosegue la sua carriera in Germania Ovest nell’Eintracht Braunschweig. Dieci anni dopo, nel 1976, è la volta di Norbert Nachtweih, che sfrutta una partita della nazionale Under 21 per fuggire ad Ovest attraverso la Turchia. Anche lui viene squalificato per un anno, poi diventerà uno dei giocatori tedeschi più forti degli anni ’80, vincendo una Coppa UEFA con l’Eintracht Francoforte e quattro campionati col Bayern Monaco. Ma non potrà mai giocare in nazionale in quanto disertore della Germania Est.

Ma il caso più famoso è quello di Lutz Eigendorf, promettente centrocampista della Dinamo Berlino. Il 20 marzo 1979 la sua squadra gioca un’amichevole nella parte occidentale del Paese contro il Kaiserslautern. Dopo la partita il pullman che riporta i giocatori a Berlino fa una sosta a Gießen: qui Eigendorf riesce a separarsi dai compagni, sale al volo su un taxi e si fa riportare indietro. Come abbiamo visto non è il primo giocatore dell’Est a fuggire, ma purtroppo per lui la Dinamo Berlino è la squadra della Stasi, il temutissimo ed onnipresente servizio segreto della Germania Orientale. Erich Mielke, ministro della Sicurezza di Stato, si occupa personalmente della squadra e fa in modo che tutti i maggiori talenti del Paese si uniscano alla Dinamo. La fuga di Eigendorf, insomma, fa più rumore delle altre: sua moglie Gabriele e la figlia, rimaste a Berlino Est, vengono messe sotto stretta sorveglianza; viene organizzato un divorzio e Gabriele è costretta a sposare un altro uomo, che si rivelerà essere una spia della Polizia di Stato. Eigendorf intanto sconta la sua squalifica di un anno e comincia poi a giocare nel Kaiserslautern. Ma il 5 marzo 1983 muore in un misterioso incidente stradale, andando a sbattere contro un albero. Fin da subito si sospetta un coinvolgimento della Stasi, ed effettivamente dopo la caduta del Muro di Berlino e la riunificazione delle due Germanie l’apertura degli archivi dei servizi segreti orientali confermerà che l’incidente fu orchestrato ad arte.

 

Lutz Eigendorf

L’Alfa Romeo in cui ha trovato la morte Lutz Eigendorf: si nota bene come sia stato mirato il lato del conducente.

 

Anche al giorno d’oggi c’è un Paese i cui calciatori, sfruttando il loro privilegio di poter viaggiare all’estero, tentano la fuga alla prima occasione possibile: Cuba. Lo stato caraibico non è certo una potenza del calcio mondiale, ma la sua nazionale viene costantemente indebolita dalle continue defezioni dei suoi giocatori; c’è addirittura una pagina della versione inglese di Wikipedia che raccoglie tutti i casi di giocatori cubani fuggiti negli Stati Uniti durante le trasferte della nazionale. Solo nel corso della Gold Cup del 2015 sono stati quattro! Il primo caso risale al 1999, quando il portiere della nazionale Under 23 Rodney Valdes non ha più fatto ritorno dopo una partita dei Giochi Panamericani disputata in Canada. Ma il caso più clamoroso resta la fuga di Osvaldo Alonso e Lester Moré durante la Gold Cup del 2007: a Houston la nazionale cubana fa tappa in un Walmart; qui i due giocatori si separano dal resto della squadra e chiedono ad un commesso che parla spagnolo di poter fare una telefonata. Alonso contatta alcuni amici che vivono a Miami e insieme a Moré riesce a prendere un pullman diretto in Florida. Non si tratta, però, di due giocatori qualunque. Lester Moré è un’istituzione del calcio locale, due volte capocannoniere del campionato cubano e soprattutto maggior marcatore nella storia della nazionale con 29 gol. Osvaldo Alonso è invece un giovane centrocampista di 21 anni ed è considerato il talento più promettente del calcio cubano. Insomma, nel giugno 2007 Cuba ha perso in un colpo solo il suo più grande campione a fine carriera e il suo talento del futuro. Alonso, che oggi gioca nei Seattle Sounders, ha ottenuto la cittadinanza statunitense nel 2012 ed ha espresso il desiderio di giocare per la nazionale a stelle e strisce; la FIFA gli ha però negato il permesso perché tra il 2006 e il 2007 aveva già accumulato 16 presenze con la nazionale cubana.

Un’altra fuga passata alla storia è stata quella di nove calciatori algerini che nel 1958 giocavano nel campionato francese e sparirono tutti insieme dall’oggi al domani, ma quella storia l’abbiamo già vista insieme in un altro articolo. A volte anche i calciatori sono costretti a prendere delle scelte di vita che rischiano di sacrificare almeno in parte la loro carriera.

Deák, un bomber nell’oblìo

È stato uno degli attaccanti dalle medie gol più clamorose nella storia del calcio, ma la sua esclusione dalla mitica nazionale di Puskás gli ha impedito di entrare nella leggenda.

Ferenc Deák nasce a Budapest nel 1922, ma sulla sua infanzia si trovano poche informazioni. Inizia a giocare a 18 anni nel Szentlőrinci, un club della terza divisione ungherese, che trascina a suon di gol fino alla massima serie. Nel 1945-46, al suo primo vero campionato dopo la pausa bellica, segna la bellezza di 66 gol in 34 partite, un record tuttora imbattuto nel calcio europeo. L’anno dopo, nonostante il suo Szentlőrinci sia una modesta squadra di metà classifica, è ancora capocannoniere con 48 gol in 30 presenze.

Il suo soprannome è “Bamba”, una parola ungherese per indicare una persona lenta e non troppo sveglia. Non è ovviamente il suo caso, ma è un modo per descrivere il suo particolare stile di gioco: Deák ama ciondolare intorno al cerchio di centrocampo, totalmente avulso dal gioco, per poi involarsi improvvisamente verso la porta avversaria una volta lanciato dai compagni. Non ha un tecnica eccezionale, ma è forte fisicamente, implacabile di testa ed è uno spietato opportunista nell’area di rigore.

 

Deák

 

Gli oltre cento gol segnati nelle due stagioni precedenti attirano naturalmente l’attenzione dei migliori club del campionato. Deák si trasferisce al Ferencváros, dove trova due giocatori che faranno la storia del calcio ungherese e mondiale: la grande ala sinistra Zoltán Czibor e il compagno d’attacco Sándor Kocsis. Al primo anno nei biancoverdi “Bamba” segna 41 gol in 30 partite e arriva stavolta secondo in classifica marcatori, alle spalle di un altro astro nascente del calcio magiaro: Ferenc Puskás del Kispest, che segna 50 gol. Ma l’anno successivo (1948-49) il Ferencváros domina il campionato: Deák è capocannoniere per la terza volta, con 59 gol in 30 presenze. Ancora una volta, quasi due reti a partita. Kocsis, dal canto suo, ne fa 33, e i biancoverdi segnano in totale 140 gol nel torneo. Un autentico trionfo, che resterà però l’unico di Deák a livello di club.

Bamba, ovviamente, è entrato anche nel giro della nazionale, dove nonostante la folta concorrenza gioca a partire dal 1946. Probabilmente avrebbe esordito ancora prima, se gli eventi bellici non avessero fatto passare quelli sportivi in secondo piano. Il suo rendimento è anche qui eccezionale: vince una Coppa Internazionale, che potremmo considerare una specie di antenata degli attuali Europei, e la Coppa dei Balcani del 1947, di cui è anche capocannoniere con 5 gol. Gioca in totale 20 partite, segnando la bellezza di 29 gol.

Ma è proprio nel 1949, quando Deák ha 26 anni, ha appena vinto quello straordinario scudetto col Ferencváros ed è all’apice della propria carriera, che improvvisamente gli eventi precipitano. E c’è di mezzo la politica. La guerra è finita da pochi anni, l’Ungheria è al di là della Cortina di Ferro ed anche il calcio, come ogni aspetto della vita del Paese, deve adattarsi alle nuove direttive di Mosca. Sul modello del campionato sovietico, le squadre si riorganizzano e si legano alle istituzioni: il Kispest, la squadra dove milita Puskás, cambia nome in Honvéd (“difesa della patria”) e diventa la squadra dell’esercito. Il Vasas di Budapest, squadra storicamente minore, diviene la rappresentativa del Partito Comunista e l’Újpesti Dózsa quella del Ministero degli Interni (quindi della Polizia).

Il ct della nazionale è Gusztáv Sebes, un uomo fedele al Partito, mentre Deák non ne vuole proprio sapere di allinearsi al regime. Nonostante il suo rendimento impeccabile e le valanghe di gol messe a segno, Bamba viene estromesso dal giro della nazionale, e deve anche sopportare le accuse di spionaggio mosse contro di lui, probabilmente montate ad arte a causa del suo rifiuto di sostenere pubblicamente il Partito. Nel 1950 la goccia che fa traboccare il vaso: Deák in un bar partecipa a una rissa con due agenti della polizia segreta di stato. Gli viene, per così dire, offerta una scelta: andare in prigione o farsi perdonare giocando per l’Újpesti Dózsa. Inutile dirlo, sceglie la seconda. Nel club ministeriale gioca per cinque stagioni, e nonostante la media gol sia ancora più che buona, non è più il centravanti implacabile di prima. Probabilmente, dopo essere stato escluso dalla nazionale ed essere stato costretto a giocare per la squadra della Polizia di Stato, non ha più la stessa voglia di giocare a calcio.

 

Speravo di trovare qualche filmato di Deák ed ho trovato questo; beh, in effetti parte da centrocampo ed è inarrestabile, in perfetto stile “Bamba”!

 

Per un’ulteriore beffa del destino, il calcio ungherese, che già stava vivendo un buon momento, spiccherà definitivamente il volo dopo l’uscita di scena di Ferenc Deák. Il ct della nazionale Sebes, dopo essersi volontariamente privato di lui, si trova col dilemma di chi far giocare centravanti. L’Ungheria ha attaccanti formidabili, come i già citati Puskás e Kocsis, ma nessuno di loro è una punta vera e propria, e in tutto il campionato non c’è nessuno di paragonabile a Deák. Proprio dall’esigenza di sostituirlo nasce il capolavoro tattico di Sebes, che chiede a Nándor Hidegkuti, attaccante della MTK di Budapest, di arretrare di una quindicina di metri il suo raggio d’azione. Le difese dell’epoca, abituate a ruoli molto fissi e alle marcature a uomo, vanno nel pallone di fronte a un centravanti che parte da così lontano e partecipa alla manovra. Oggi probabilmente lo chiameremmo “falso nueve”. L’Ungheria diventa pressoché imbattibile: vince l’oro olimpico a Helsinki nel 1952 e la Coppa Internazionale nel 1953. Nello stesso anno, infligge una storica lezione ai “maestri” inglesi inventori del calcio, battuti 6-3 nel mitico stadio di Wembley con una tripletta proprio di Hidegkuti. È “la partita del secolo”: nessuna nazionale del continente aveva mai vinto in Inghilterra. L’anno dopo, l’Ungheria umilia ancora gli ormai ex maestri battendoli 7-1 a Budapest in quella che doveva essere una rivincita. La nazionale magiara ottiene una striscia record di 29 vittorie, 3 pareggi e nessuna sconfitta in quattro anni, tra il 1950 e il 1954, segnando 143 gol e subendone 33. La serie, purtroppo, si interrompe proprio in quello che doveva essere il giorno più bello: la finale del Mondiale 1954 contro la Germania, persa per 3-2. Ma quell’Ungheria, capitanata da Puskás, resta comunque una delle squadre più belle e più forti nella storia di questo sport. Una squadra di cui Ferenc Deák non ha fatto parte.